A tu per tu con… Giancarlo Ferrero

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Giancarlo Ferrero, a quando risale il tuo primo contatto con un pallone da pallacanestro?
“Ricordo che frequentavo le scuole elementari. Ho un vivido  ricordo di quella piccola palestra in cui un allenatore venne a fare “reclutamento”: tutti volevano fare calcio ma io capii subito che il mio futuro e quello della palla a spicchi si sarebbero incrociati per sempre”.
La prima società per cui hai giocato?
“E’ la società che mi ha iniziato alla pallacanestro. L’ Habet Bra, la squadra della mia città. La annovero con piacere perchè è la società che ha dato i natali (sportivamente parlando) a quel gran giocatore che è stato Alessandro “Picchio” Abbio. Poi da li, a 14 anni, sono stato preso da Casale Monferrato, in foresteria, e lì ho fatto tutta la trafila delle giovanili: allievi, cadetti e juniores”.
Qual era il tuo rendimento a scuola?
“A scuola tendenzialmente andavo bene. Ma ci andavo poco! Detengo ancora un record all’istituto per geometri Aleardi di Casale, di cui vado molto fiero: unico studente promosso con 70 giorni di assenza su 200 (ragazzi, non emulate…, ndr). Detto ciò, a scuola andavo bene, ero molto bravo in diritto, meno in matematica. Diciamo che avevo un trattamento di favore coi miei professori, che erano tutti appassionati di pallacanestro”.
Il primo approccio nel basket che conta?
“Sempre a Casale Monferrato. A 15 anni mi avevano preso per fare solo le giovanili ma sono stato fin da subito aggregato alla prima squadra. Da lì l’esordio, ma la prima vera esperienza è stata con Franco Ciani, l’anno della promozione dalla B1 alla LegaDue, il 2004-05. Anche se non avevo giocato molto è stato quello il mio primo approccio coi senior: lì mi sono accorto che non avrei più potuto fare 30 punti a partita e avrei dovuto cominciare a stare in un sistema”.
Hai un rimpianto collegato alla tua esperienza di Casale?
“Diciamo che è stata un’esperienza favolosa a 360 gradi. Ho esordito in prima squadra e con le nazionali giovanili, sia under 18 che under 20. L’unico neo legato alla mia esperienza a Casale è stato non riuscire mai ad arrivare alla fase nazionale con le giovanili. Abbiamo perso un paio di spareggi con Biella, dove, fra gli altri, giocava un giovane Luca Tardito. Questo è un piccolo rimpianto”.
Hai mai patito la distanza tra la tua città natale e Casale?
“No, mai. La distanza è di soli 80 chilometri. I miei venivano molto spesso e poi ho avuto la fortuna di essere accolto da persone meravigliose che non mi hanno mai fatto mancare nulla”.
Quando hai capito che il basket sarebbe diventato per te un lavoro?
“Quando ho cominciato a vedere qual era la vita del giocatore professionista, ho capito che era quella la mia strada. Questo è un mestiere che mi permette di conciliare tante mie passioni: stare a contatto con la gente, vivere le palestre, viaggiare molto… Sono cose a cui non potrei rinunciare”.
Qual è l’allenatore che pensi ti abbia dato di più dal punto di vista umano e professionale?
“Riuscire a fare un nome mi risulta davvero difficile perchè ho avuto la fortuna di stare a contatto con tantissimi allenatori famosi: Zare Markovski, Marco Crespi, Franco Ciani, Franco Gramenzi, Giulio Griccioli. Ho avuto fortuna, ho cercato di carpire gli insegnamenti di ognuno, cercando di isolare quegli aspetti caratteriali che non mi piacevano”.
Dimmi il nome di un giocatore italiano e di uno straniero che ti hanno impressionato.
“Come italiano non ho dubbi nel citarti Matteo Malaventura, che rappresenta per me un modello di professionalità, fuori e dentro il campo. Un giocatore che è riuscito ad ottenere quello che ha ottenuto solo col sacrificio e lo spirito di abnegazione. Come straniero ho vissuto lo sviluppo e la metamorfosi di Riky Hichman, oggi il playmaker del Maccabi Tel Aviv. Con Hichman ho vinto il campionato di LegaDue”.
L’avversario che ti ha fatto sudare le famose sette camicie?
“Ho marcato Malik Hairston. Meglio: ho solo provato a contenerlo, perchè è un giocatore straordinario che unisce uno strapotere fisico ad una tecnica sopraffina. Davvero immarcabile. Così come ho provato a tenere McCalebb, che dal canto suo è una scheggia e riesce a fare diventare incredibili cose normali, perché le svolge alla velocità della luce”.
Il tuo giocatore preferito?
“Essendo mancino non posso che dirti Manu Ginobili. Lo seguo dai tempi di Bologna ed è il giocatore vincente per antonomasia che ha dimostrato le sue qualità sia in Europa che oltreoceano!”.
Il miglior pregio ed il peggior difetto di Giancarlo Ferrero…
“Parto dai difetti, sono testardo e lunatico! Ci sono quei momenti in cui mi sveglio con la luna storta e non voglio vedere e sentire nessuno. Come pregio ti dico che sono una persona solare. Sento che riesco a dare tanto (quando non sono in quei momenti di luna storta) e che la gente con me sta bene. Per saperne di più, soprattutto sui miei difetti, chiedere alla mia fidanzata!”.
Giancarlo e Trapani.
“Sto benissimo. Senza ipocrisia, avevo sempre desiderato giocare in un posto di mare anche perché sono un appassionato di pesca. Poi la città mi piace molto perchè è a misura d’uomo”.
Raccontaci un retroscena da spogliatoio!
“Ti cito il custode Franco che è un personaggio unico. Quando arrivi o quando finisci l’allenamento e sei stanco, lui ti fa quella battutina scherzosa, magari in siciliano, che ti fa ritornare il sorriso. Sembra una cavolata, ma anche questa è una cosa importantissima che riesce a fortificare il legame tra noi giocatori e tutto ciò che gira attorno alla Pallacanestro Trapani”.

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