Musicultura, c’è bisogno del giusto tempo anche per impazzire. Parola di Bardi

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I “bardi” per definizione sono poeti o cantori di imprese epiche presso i popoli celtici. Sul palco di Musicultura 2015, invece, ci riferiamo a Bardi come a un gruppo di giovani musicisti siciliani pieni di brioso talento e comica espressività. L’esibizione di questa band di recentissima formazione (2013) si svolge sul palco attraverso i tre brani L’Imperatore Dei Rom, Un Sabato alla Disco e La Vita a 3/4, e un’interpretazione d’effetto che riesce a coinvolgere il pubblico. Infatti, l’esecuzione dell’ultima canzone è preceduta da una scena dal tocco circense che vede viola e violoncello rispondersi “a tono” nella loro pazzia, il percussionista lanciare in aria una pallina e il cantante saltare quasi come fosse uno scimpanzé. Tutto questo perché – come viene spiegato – «c’è bisogno del giusto tempo anche per impazzire»! La spontaneità mostrata sul palco è protagonista anche dell’intervista dei “Bardi” con la redazione di “Sciuscià”.[su_spacer]

Avete dichiarato: «Abbiamo scelto un nome che ci rappresenta: “Bardi” (senza l’articolo determinativo, perché siamo dei bardi, non ci doniamo alcuna importanza se non da esseri umani)». Ci parlereste delle motivazioni che vi hanno portato a prediligere questa parola per definirvi come gruppo?
Giuseppe: “Perché possediamo il gusto del raccontare. Vogliamo che la nostra musica racchiuda delle storie, che ogni canzone sia una narrazione a sé, in qualche maniera autoconclusiva. Ci è piaciuto il nome “Bardi” poiché racchiude in un’unica parola lo spirito nel fare musica di cui abbiamo appena parlato e anche il tema del viaggio, sia interiore che fisico -come il percorso concertistico-” .[su_spacer]
Dalle vostre canzoni, ma anche dalle descrizioni che fate di voi stessi come gruppo, si sprigionano atmosfere tra il circense e il carnevalesco, abitate da cantastorie squattrinati, ciurme di pirati e chitarre tarlate. È una scelta intenzionale alla cui base si cela un messaggio ben preciso, oppure è semplicemente una vostra spontanea attitudine?
Giuseppe: “È una conseguenza del nostro essere. Siamo nati in una pineta da un reading di poesie, mentre suonavamo una chitarra sfondata e mangiata dai tarli: questo è ciò che siamo”.
Leandro: “Raccontiamo storie servendoci di altre storie. Ad esempio, parlando di pirati possiamo alludere e trattare anche il tema dell’immigrazione. Ogni canzone diventa un contesto da abitare con le parole, da riempire di significati. Si potrebbe dire quasi un contesto nel contesto”.[su_spacer]
Come gruppo di formazione relativamente giovane e che si cimenta per la prima volta in «un’avventura oltre i confini della Sicilia» come vivete l’esperienza di Musicultura? E in che modo il vostro percorso musicale ha incrociato quello di questo Festival?
Giuseppe: “Siamo molto emozionati. Non avendo nulla tra le mani, neanche un EP, ma solo una demo inviata a Musicultura in maniera del tutto fortuita, essere qui rappresenta per noi un riconoscimento importante. Non conoscevamo questo concorso, lo abbiamo scoperto per caso su Facebook. Il momento si è rivelato giusto perché sentivamo di essere in un periodo in cui, anche un po’ per gioco, avremmo voluto cimentarci in nuove esperienze, confrontarci con diversi tipi di pubblico. Inoltre volevamo scoprire a quale livello poterci collocare musicalmente. Abbiamo cercato su Google “concorsi per cantautori seri” e, visto che Musicultura appariva proprio come primo risultato della ricerca, abbiamo deciso di fare un tentativo. Forse un po’ per magia un po’ per la nostra forza – non dico musicale, ma umana – , ci siamo riusciti. In realtà non so nemmeno bene come, ma ci siamo riusciti”.[su_spacer]
La vostra avventura musicale inizia dal lavoro combinato di due soli membri, ma in seguito si è arricchita della presenza di altri strumenti e musicisti. Da dove è scaturita questa esigenza?
Leandro: “Ci siamo incontrati durante un reading di poesie nell’agosto del 2013. Giuseppe aveva delle canzoni e a me sembravano molto belle. Gli dissi che conoscevo delle ragazze che suonavano la viola e il violoncello e gli proposi di riarrangiare i suoi pezzi. Poi da cosa nasce cosa e iniziammo a suonare. Inizialmente noi due soli, con l’idea ben precisa, però, di fare musica a modo nostro senza pensare a eventuali risvolti economici. Ma meno hai intenzione di crescere e più cresci”.
Giuseppe: “Credo sia fondamentale raccontare che all’inizio del nostro percorso musicale ci eravamo configurati come band di cover cantautoriali. Avevamo in programma anche un primo concerto in un locale in Sicilia, il quale fallì prima che avessimo modo di esordirvi come gruppo. È stato in quel momento che abbiamo capito che non eravamo destinati a fare cover e che invece saremmo dovuti andare avanti con degli inediti. Fino a un anno fa c’eravamo solo noi due che suonavamo le percussioni –magari con il tamburello mezzaluna attaccato al polpaccio –, il kazoo e tutti questi altri strumentini pazzeschi. Adesso invece ci ritroviamo con questa piccola orchestrina e abbiamo ancora voglia di espanderla, desideriamo diventare tantissimi e includere tutti gli strumenti possibili – per la felicità dei fonici -“.[su_spacer]
Potreste raccontarci come nascono le vostre canzoni e qual è il rapporto che lega i testi alla musica?
Giuseppe: “Le canzoni nascono dal vivere. Non è una cosa che si può spiegare in maniera coerente e dettagliata. Accade naturalmente, seguendo il normale flusso della vita quotidiana. Vivo, e poi è come se l’ordinaria esperienza di tutti i giorni si accumulasse dentro di me, a mo’ della camera magmatica di un vulcano, e ad un certo punto dovesse venir fuori per forza. Può capitare in ogni momento: mentre guardo il telegiornale una notizia può farmi riflettere in particolar modo e portarmi a rielaborare il mio vissuto, oppure anche sotto la doccia mi salta in testa un motivetto che canticchio con le parole. Non c’è una regola precisa, talvolta viene prima il testo e altre volte prima la musica, o ancora entrambe nello stesso istante. Non ho un manuale di composizione, quando sento bisogno dar vita a una canzone lo faccio: è un’urgenza”.

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