La filosofia può cambiare il mondo?

“ Non basta interpretare il mondo, bisogna cambiarlo”. Questa frase scultorea di Marx si consegna a noi in tutta la sua forza  che le proviene da un secolo e mezzo di storia politica. Qual è il suo senso? La filosofia può cambiare il mondo? Presto detto. La filosofia è pensiero militante. Ora nel tempo della globalizzazione, nel tempo in cui i linguaggi tradizionali sembrano aver ceduto il passo ad un completo autodeterioramento intrinseco, nel tempo in cui impera un quasi assoluto disimpegno, nel nostro tempo insomma cosa rimane del pensiero, della forza granitica del Pensiero, di quel Pensiero che potrebbe cambiare il mondo? E’ una solenne ambizione, è vero! Pensare che la filosofia (che ai più appare un’anacronistica dottrina e scollata dalla realtà) possa cambiare il mondo potrebbe suscitare stupore, se non addirittura ilarità.

Peccato! Per trasformare il mondo, anche quando tale ambizione è filosofica, è pregiudiziale che qualcosa debba esser ritenuto un nemico e, quindi, da sconfiggere. In tal senso, occorre immaginare la realtà contemporanea come una sorta di fronte di guerra. Ma una guerra contro chi? Non è così semplice, è vero. La peculiarità di tale guerra attuale è che il fronte bellico è, per certi versi, invisibile.

Non abbiamo dinanzi un nemico fisicamente visibile, con una sua identità definita. Dobbiamo piuttosto tener testa ad un nemico metamorfico, capace di proiettarsi verso spazi incontaminati, creando così nuove quanto inattese zone di scontro. Se volessimo individuare un obiettivo bellico, dovremmo evocare il grande ed onnipresente capitale internazionale. Ognuno di noi potrebbe parlare della propria guerra che combatte ogni giorno, del proprio modo di combatterla. Siamo comunque tutti consapevoli che il nemico da combattere ( ed abbattere!) non è solo esterno, ma che, spesso, alloggia nella sfera più intima del nostro animo. Come non ammettere che siamo tutti più o meno coinvolti nell’incontrastato regno del capitale? Come non ammettere la sua ammaliante forza di seduzione, di cui siamo vittime?

Come riappriopriarci della nostra identità (tutta umana!) sociale ed emotiva, ormai spesso usurata dal logorio di un conformismo utilitaristico e dilagante? Ecco, se riuscissimo a darci delle risposte concrete in merito, penso che potremmo affidare le possibilità sempre aperte di cambiare il mondo, con comportamenti maturi ed evoluti, alla filosofia. Vaneggio? Spero di no. E’ la filosofia, infatti, che ci consente di entrare dentro di noi, evidenziando la nostra personale unicità, in grado di forzare quella cappa del conformismo sterile, che ormai ci opprime da più parti. Dobbiamo imparare ( e la filosofia ce lo permette!) ad affrontare quel vuoto che sentiamo dentro; quel sentimento di stanchezza intellettuale o di bugiarda euforia, che caratterizza spesso le nostre giornate.

Ecco che la filosofia ci potrà consentire di creare le condizioni per un nuovo “ abitare il mondo”, tramite un acquisito equilibrio tra noi stessi ed il mondo che cambia. Un equilibrio inedito, (certo!) che esige delle risposte confortanti. Una volta c’erano i poeti, deputati a fornire un nuovo linguaggio che potesse condurre i conflitti socio-esistenziali ad una risoluzione. Oggi spesso tale compito è affidato ai giornalisti.

Ora, ben consapevole che il mio auspicio si consegni a severe critiche, dettate anche dallo scarso “appeal” di cui, di questi tempi, la filosofia è portatrice, azzardo una proposta: facciamo in modo che alla filosofia venga restituito l’antico compito, facciamo in modo che l’uomo comprenda che, in fondo, la filosofia è un bene comune dell’umanità e che comprenda, soprattutto, che essa è, oltre che spiegazione e giustificazione del proprio esistere (da cui in quanto uomini non saremmo autorizzati a prescindere!) anche relazione etica fra gli uomini, di contro ad un imperante quanto pericoloso individualismo anarchico, presente in molti ambiti, non ultimo in quello politico.

Se solo uscissimo un po’ dalle nostre chiuse “stanze mentali”, avremmo contezza che la filosofia può essere un metodo critico per rapportarci al reale nelle sue varie sfaccettature e dinamiche, ma anche nelle sue ambiguità sociali e politiche. Potremmo rintracciare nella filosofia un metodo per distinguere i conflitti, interni ed esterni, che viviamo oggi dentro e fuori di noi. Ammetto che tutto ciò possa essere un metodo aristocratico, che implica sforzo personale, impegno, “spudoratezza intellettuale”, amore per la verità, per la ricerca, per lo studio : utopia? Forse! Forse la mia è un’ottica un po’ elitaria, ma senza prima tentare di risolvere i nostri conflitti personali, le nostre paure, non potremo mai pretendere di affrontare i nodi che la realtà ci pone.

Ed in questo la filosofia può darci una valida mano! Anche la Politica (ribadisco, la…Politica!) in quest’ottica sociologica dovrebbe, abbandonando una certa ritrosia all’accettazione dei cambiamenti e rinunciando al suo ruolo di mero elemento di potere autoreferenziale, avere il compito ideale di aiutare noi, semplici cittadini, in questa ricerca, nella speranza di farci diventare cittadini adulti e consapevoli, ma soprattutto autonomi.

Luisa Rancatore

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