Votazioni 4 marzo, Mi chiedo cosa direbbero i miei nonni, uno comunista, l’altro fascista?

Avevo due nonni: uno materno e l’altro paterno. Dico avevo perché, adesso, non ci sono più. Uno, quello materno, era comunista. L’altro, quello paterno, era rimasto legato al fascismo. Uno votò il PCI, ne fu militante, fu un bracciante agricolo, occupò le terre e lottò fin quando potè. L’altro visse la guerra da soldato, fu di stanza a Pantelleria, prese la patente sotto le armi, e visse facendo l’autista. Entrambi i miei nonni votarono, sempre. E sempre le idee, prima e soprattutto. Entrambi furono delusi dalle persone che quelle idee avrebbero dovuto rappresentare. Ma, ad ogni tornata elettorale, quando ritennero che i candidati precedenti non avevano fatto il loro dovere, non cambiarono idee, cambiarono le persone da votare.

Avevo due nonni: uno materno, l’altro paterno. Uno era comunista. L’altro fascista. Entrambi non mi insegnarono mai l’odio. Entrambi avevano delle idee, e credevano in quelle idee. Entrambi non avevano una laurea. Né un diploma. Ma entrambi non ritennero mai la politica un prodotto da supermercato. Come i biscotti: se ti piacciono di una marca bene, altrimenti li cambi con un’altra marca. Entrambi sapevano quello che, oggi, in molti e molte, laureati, diplomati, e titolati, non sanno: che la politica si fa con le idee, non con la bava alla bocca. Con il risentimento, la vendetta, la stessa bramosia di cambiare marca di pannolino.

Perché, se la politica diventa come il pannolino, alla fine, prenderai quella a buon mercato, quella conveniente. E, si sa, quel che conviene, spesso non è quello che è buono davvero. E, la convenienza, è una valutazione soggettiva. Non universale.

Leggo, da un lato, richieste di sapere “cosa si voterà” il 4 marzo. Dall’altro gente che, schifata dalla classe politica, pensa di cambiarla con chi si rappresenta come il nuovo che avanza.

Mi chiedo cosa direbbero i miei nonni, uno comunista, l’altro fascista, dinanzi a queste affermazioni. Forse direbbero che lo squallore della classe politica italiana, alla fine, è molto rappresentativo del desiderio che, in molti e molte hanno, di scegliere le persone prima delle idee. Scegliere le cose, prima che individuare i bisogni che dovrebbero soddisfare.

Avevo due nonni. E mi mancano. Per molti motivi, è chiaro. Ma, soprattutto, perché avevano combattuto per le loro idee e difendevano con caparbietà la loro libertà di poter sceglierle attraverso le elezioni. Capirono, ad un certo punto, che la politica era diventata un supermercato. E loro continuarono a preferire la bottega delle idee, ai biscotti standardizzati. Lo capirono fin dal ’94.

Noi, oggi, non fatichiamo a comprenderlo. Semplicemente non ci interessa comprenderlo. L’Italia è un Paese vecchio, in mano ai vecchi. Non a quella generazione di nonni, ma ad un’altra: che non ha combattuto una guerra, che non ha occupato le terre, che non ha visto i lampi dei bombardamenti alleati alle porte di Pantelleria, che non ha lottato per la dignità dei lavoratori. Si tratta di vecchi. Di gente vecchia in arnese, prima che anagraficamente. Vecchia culturalmente, rassegnata. Vissuta arrancando e lamentandosi, ed oggi decidendo il presente ed il futuro dei giovani che, tuttavia, cambiano idea come si cambierebbe una marca di pannolini. E, tuttavia, quando un pannolino si cambia è perché puzza. Ritenere la politica come un pannolino significa fermarsi alle persone non alle idee.

Gianluca Fiusco