TRAPANI, CAPITALE DELLA …? DI GIANLUCA FIUSCO

Se chiedessimo ad ogni contrada, paese, città d’Italia se ambisse a diventare  capitale della Cultura, difficilmente i territori si schermirebbero dicendo “no, non siamo degni”. In Italia, soprattutto, ogni pietra rivendica origini antichissime e appartenenze ad architetture millenarie.

Ciononostante temo si sia confuso il diritto a chiedere con il riconoscimento di essere. Si badi, Trapani, che per secoli fu porto di Erice, non manca di storia e  tradizioni antichissime e bellissime. Ma questo, da solo, non è sufficiente, non può esserlo per determinare un riconoscimento così prezioso come quello di Capitale della Cultura.
Proviamo a spiegarci meglio. Sentirsi capitale della cultura dovrebbe prescindere da un bando, da finanziamenti ad hoc, da progetti più o meno roboanti: o lo si è stati o lo si è, oppure non lo si è stati e non lo si è. La Cultura non è semplicemente o solamente il patrimonio storico e architettonico, le tradizioni,  
la quantità di biblioteche, di scuole di cui un territorio può disporre. È anche tutto questo insieme. Ed è il sentimento collettivo di sentirsi capitale culturale, punto cioè di riferimento civico e intellettuale, capacità di offrire esperienze e confronto prima di servizi e ristoranti. 
Mettere insieme programmi e proposte culturali finalizzate ad un anno, senza una storia precedente e senza una prospettiva futura può apparire entusiasmante ma rischia di rivelarsi solamente furbesco. 

Facciamo un piccolo esempio. Piccolo ma emblematico e significativo. 
Il terrazzamento tra il Palazzo del Ghiaccio ed il Bastione Imperiale. Uno spazio in parte impropriamente chiuso e privatizzato e, in parte, o meglio nella parte fruibile quando il cancelletto è aperto dominato da incuria e calle colture. Colture spontanee, erbacce che denotano l’incuria antica dei luoghi. Dei luoghi storici  e culturali. Appunto.

L’esempio è emblematico perché non è il solo né l’unico possibile, e  testimonia un modus “curandi” del patrimonio pubblico, quello cioè che dovrebbe far da sostanza alla cornice culturale, che rivela quanto la città intesa come 
insieme di persone, non siano disponibili ad essere riconosciuti cittadini di una città di cultura. Figurarsi di una capitale.
Per quanto encomiabili possano essere gli sforzi degli attori pubblici, è il nostro sentimento “popolare”, per parafrasare Battiato, 
che ben si mantiene distante dalle meccaniche divine dove il divino è il patrimonio culturale che dovrebbe già esser acquisito nella nostra cultura quotidiana tanto da destare vibrante sdegno quando subisce trattamenti come quelli che, invece, ormai appartengono alla normale brutalità cittadina.

A ciò potremmo aggiungere la quantità di occasioni mancate nel corso degli anni, dei decenni. E le occasioni, si badi, non possono portare a confondere l’essenza con la necessità.

 Se Trapani ha bisogno di soldi per portare avanti cantieri, sviluppo, etc…, lo dica con chiarezza e si adoperi per questo anziché rincorrere candidature che non sente né avverte come proprie. A meno che la necessità di diventare capitale della cultura non sia intesa per aprire nuovi ristoranti sul lungomare, ampliare i dehors per gli allegri e rumorosi apericena estivi, riempire anziché rincorrere candidature che non sente né avverte come proprie. A meno che la necessità di diventare capitale della Cultura non sia intesa per aprire nuovi ristoranti sul lungomare, ampliare i dehors per gli allegri e rumorosi apericena estivi, riempire il centro storico di amplificazioni da cui pompare decibel di “tunz tunz tunz parapara tunz” e roba di questo genere.

Ecco, quel che manca non è la cultura, ma il brodo di coltura dove la cultura può svilupparsi.

GIANLUCA FIUSCO

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