La tribuna di fronte

Succede, a volte, guardandosi intorno, che il paesaggio, ciò che si vede lasci sgomenti, senza parole ma con tanto sconforto.


A me capita quando guardo a qualcosa, un luogo, una città, qualcun*, cui mi legano o mi hanno legato sentimenti importanti.


Non ho provato alcunché, mi duole dirlo ma è così, per le vicende che hanno riguardato il Trapani calcio.
C’è chi pretende rispetto per questo attaccamento, ma credo che, in questo caso, il rispetto si conquisti con la serietà e la capacità di fare autocritica prima che con la capacità di fare ammuina.
Se l’amore e l’attaccamento al proprio territorio si dovessero misurare, come vorrebbero alcuni, con il tifo per la squadra locale Trapani dovrebbe essere ai primi posti per vivibilità, coesione territoriale e sviluppo. Eppure la realtà dimostra che così non è…


Ciononostante, e messo da parte quel che può risultare o meno al sottoscritto, le vicende del Trapani Calcio, che hanno avuto fin qui del grottesco, sono oggi molto più aderenti alla città che sportivamente intendevano rappresentare.
Il crescendo rossiniano di sdegno e stupore, di rabbia e rancore verso gli ultimi “padroni” della Società hanno tenuto banco nelle discussioni cittadine ad ogni livello.


Tira più il calcio ad un pallone che le decine di disservizi e lo stato, pietoso, in cui si ritrova il territorio pure senza scuotere altrettanti clamori.
Eppure non è questo che sembra rattristare il cuore del trapanese medio: non i cumuli di vergogna maleodorante che, qualche raffica di scirocco ha sparso dappertutto nell’incuria generale, ma la retrocessione a tavolino della squadra – manco a dirlo – del cuore.


I trapanesi DOC che, per tifare i colori del famigerato cuore, si recavano ad Erice, lasciando che la società sportiva fosse gestita da tutti, fuorché dai trapanesi.
Si dirà: funziona così dappertutto. Non è esattamente vero. Squadre più o meno blasonate, mantengono un certo legame con il tessuto produttivo di quelle città di cui portano i colori e le insegne: societario, di azionariato, di vigilanza, concessioni e infrastrutture, etc…
A Trapani, l’assalto alla diligenza è avvenuto perché il territorio, questo territorio, come sempre, si è svenduto ai conquistadores salvo poi lamentarsene.
Davvero possiamo immaginare che a Trapani non vi siano stati e non vi siano imprenditori e gruppi economici in grado quantomeno di fare “squadra” e tenersi anche un minimo diritto di prelazione sulle sorti del Trapani?
Non solo non posso credere che così sia, ma, soprattutto, non è neppure credibile il tifo di chi ritiene normale non ciò che è andato in scena domenica scorsa, quanto ciò che è andato in scena da alcuni anni ad oggi.
Trapani, una città sempre in balia di uomini della provvidenza che non possono però supplire all’ignavia di un territorio che si commisera senza tuttavia scucire un centesimo.


Che Comitati e liberi pensatori un tanto al chilo si sveglino e sguinzaglino i segugi in cerca delle responsabilità attuali ha del comico oltre che del ridicolo.
Io non sono un tifoso del Trapani calcio, non lo sono mai stato. Non per avversioni particolari ma perché non ho mai amato né mi ha mai entusiasmato il gioco del calcio in generale.
Tuttavia al provinciale, da bambino e al seguito di mio padre, sono andato diversissime volte. Mio padre, operaio che, nel tempo libero si divideva tra la pesca e lo stadio, andava con una certa regolarità a seguire il Trapani. Ed io con lui.
Ma rimanevo del tutto indifferente a quelle persone che rincorrevano una palla. Mi incuriosiva la tribuna di fronte: quella dove sedeva le “gente importante”, le “autorità”, quelli che “contavano” e che guardavo con grande curiosità.
Ogni tanto mi estraniavo da tutto quel frastuono di sirene, grida e tifo ed era solo il vociare del venditore di “mastiche e caramelle”, Carmelo credo si chiamasse, che mi riportava alla realtà.
Immaginavo che su quella tribuna di fronte, che una stagione divenne tutta blu, e poi con seggiolini nuovi e variopinti, sedessero i tifosi ancora più tifosi, quelli che compravano i palloni, ristrutturavano lo Stadio, pagavano le bollette. Già pagare qualcuno per giocare lo trovavo strano: a me nessuno pagava per mettere insieme le costruzioni, quindi non comprendevo come fosse possibile giocare al pallone con uno stipendio. Ma, pensavo, saranno quei signori distinti dall’altra parte a pagare.


Del resto, se si divertono così tanto, come sembrava, è giusto che paghino per lo spettacolo.
Tuttavia, dicevo, oggi il Trapani calcio si è riallineato alla città, ne condivide le sorti: politiche, economiche, sociali.
Il punto è che Trapani si è persa. Si è ubriacata di un modernismo sciatto, bullo, spaccone, rozzo. Ha scambiato le paillettes con i diamanti della sua storia barattando ogni dignità con l’illusione.


L’illusione che il “salvatore” arrivi sempre da fuori e che, a ridare vigore e forza alla città, siano capaci solo coloro i quali questa città la misconoscono, la pensano e interpretano come si trattasse di un paesone o di un qualsiasi altro luogo.
Trapani, e con ciò intendendo i cittadini che qui abitano e vivono, non è una città consapevole di se stessa, delle potenzialità e delle miserie che la caratterizzano. Ognuno tira per se o contro qualcun altro, qualcun’altra.
Dove è Trapani? Dove sono quelle prove muscolari di efficenza imprenditoriale e pubblica che avrebbero dovuto restituirci progresso, sviluppo e dignità? Dove sono quelle corazzate politico-elettorali che avevano una soluzione ad ogni problema e che si sono intestate la difesa di tutto ed anche della maglia granata? Dove sono le robuste cordate economiche locali, quelle che si vantano dell’eccellenza che rappresentano, che mostrano capacità di spesa e ostentano ricchezza?
A me pare oggi che non il re, ma i re travicelli sono nudi mentre di tutto quel trambusto rimandano ben più numerosi problemi e poche soluzioni.


La parabola del Trapani calcio, quindi e agli occhi di chi guarda con costernazione, non è altro che la parabola dell’intera città che oggi, anzi ieri, si è compiuta anche nel calcio.
Della squadra del cuore, di un cuore, quello dei trapanesi, che dovrebbe imparare a dialogare con la ragione e non soltanto vivere di impulsi stagionali, di tachicardia così da essere sballottato in giro con tanta facilità.
Ho ripensato in questi giorni alla tribuna di fronte. A quella tribuna ideale dove le nobili terga dei potenti di turno si sono seduti, dove sindaci, consiglieri, amministratori, imprenditori si sono abbracciati mentre la squadra del Trapani giocava ad Erice ed era gestita da altri e non da loro, tronfi di successi che altri avevano reso possibili.


La tribuna di fronte, quella tribuna ideale dove dovrebbero sedere gli sportivi e non gli urlatori, era ed è vuota. E vuota rimarrà perché ad urlare, ad inveire, a vantare nobili legami di sangue con la squadra del cuore sono bravi tutti, ma a prestarsi per una trasfusione che salvasse il malato non si è trovato alcuno.

Gianluca Fiusco