DEMOCRAZIA TRUCCATA … di Gianluca Fiusco

Ritorniamo alla democrazia, prima che sia troppo tardi. Bisogna contrastare, con forza, la tentazione di rafforzare i RAS locali, con una estensione della legge 25 marzo 1993 n. 81.
Nessuno sente la mancanza di tornare al teatrino dei giochi e degli equilibri consiliari, ma bisogna correggere al più presto la deriva padronale che ha sterilizzato tanto la partecipazione democratica quanto il dibattito politico e pubblico riducendo gli Organi di rappresentanza, ad esempio i Consigli Comunali, ad auditorium dove è permesso plaudire il sindaco di turno oppure tacere ed essere confinati all’irrilevanza.
Lo spettacolo, da molti ritenuto indegno, di una delle ultime sedute del Consiglio Comunale di Trapani, prigioniero dell’indecoroso delirio politico del Sindaco pro-tempore e dell’inadeguatezza del Presidente del Consiglio, è emblematico e dovrebbe fare seriamente riflettere tutti i sinceri e disinteressati democratici. Peraltro sempre divisi e distratti da altre priorità.


A livello locale si gioca il futuro della democrazia, senza dubbio. La proliferazione del “civismo” d’opportunità, utile solo per drogare le elezioni e renderle farsesche, è sintomo di un malessere grave, che ha peraltro ricadute non di poco conto sul sistema dell’informazione. Imputare infatti a quest’ultimo il concorso esterno nel decadimento della politica, senza chiedersi davvero, dove originano i problemi che animano la quotidianità delle nostre società denota miopia intellettuale.
Le leggi che disciplinano le elezioni, del resto, non sono incluse nelle Costituzioni per un motivo molto semplice: debbono tenere conto del fatto che la democrazia non è un sistema perfetto, perché necessita sempre di essere riequilibrato, affinato, allargato, etc…
Siamo in una fase storica generale complessa e, per certi versi, epocale. Provando a semplificare: c’è uno scontro carsico in atto tra le generazioni che desiderano conservare i privilegi che hanno ottenuto e quelle che, volendo partecipare alla vita pubblica e politica in forme e modi nuovi dal passato, si sentono respinte dal sistema.
Per tante ragioni, alcune delle quali sono drammatiche: la lenta ma progressiva riduzione dell’elettorato attivo; gli scandali che travolgono decine di amministrazioni locali tanto che l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha rilevato che “spicca il dato relativo alla Sicilia, dove nel triennio sono stati registrati 28 episodi di corruzione (18,4% del totale) quasi quanti se ne sono verificati in tutte le regioni del Nord (29 nel loro insieme) [1].
Del resto, come ha dichiarato il 26 novembre scorso, il Direttore della DIA, “Dai primi anni Novanta ad oggi, gli scioglimenti di enti locali per infiltrazioni mafiose su tutto il territorio nazionale hanno superato i 500 Comuni, con 60 di essi sciolti più volte. La maggior parte sono stati sciolti in Calabria (circa 170), in Campania (circa 150) e in Sicilia (circa 120)” [2].
Vale la pena ricordare che l’attuale legge per l’elezione dei sindaci fu voluta, udite udite, dal “62 per cento degli amministratori locali” che volevano “l’elezione diretta del sindaco” [3].
Ma la motivazione, straordinaria a leggerla oggi, era questa: “Il trasformismo è giunto a un livello di guardia nei nostri comuni, e con esso si diffonde un uso distorto del potere che lascia sempre più spazio alla corruzione e alla pubblica immoralità, perlomeno politica. Non c’è sindaco o assessore che non sia stato vittima di un sistema che assegna un potere di ricatto a piccoli gruppi e a singoli individui” [4].
Quindi quella legge che avrebbe dovuto risolvere, in un sol colpo, il trasformismo e la corruzione, a voler ben vedere, non ha ottenuto gli effetti sperati. Con l’aggravante che le percentuali di partecipazione al voto degli anni 80 e 90 oggi sono un miraggio, quindi contribuendo all’indebolimento del processo democratico.


D’altra parte un ritorno al passato, sic et simpliciter, non solo non avrebbe senso ma sarebbe pure una idiozia immane. Infatti, bisognerebbe semmai andare avanti, oltre l’attuale sistema.
Esultando per la vittoria del Si al referendum del 1993, Mario Segni, gioioso affermava: «oggi l’Italia è cambiata. La vittoria del Sì mette fine a una fase della vita del Paese, e ne apre un’altra. Finisce la democrazia impotente, la democrazia incompiuta. Comincia la democrazia dell’alternanza, la democrazia dove i partiti conteranno di meno e i cittadini conteranno molto di più».
Ma prendiamo ad esempio Trapani ed Erice: i partiti, a livello locale, sono scomparsi e con loro ogni pur timido tentativo di mediazione, di controllo, di richiamo. Infatti, dinanzi ad una indagine, basta “autosospendersi” per escludere il Partito da ogni decisione politica. Ed il Partito rimane a guardare.
Del resto i cittadini contano sempre meno: per scelta, ma anche perché il modello attuale è respingente, illude e delude, stritola ogni forma di partecipazione a giochi già fatti, peraltro spesso portati avanti da chi gestisce un potere personale e di controllo dei territori non indifferente.
Insomma per semplificare: le carte sono truccate, chi mischia il mazzo bara e chi distribuisce le carte le va segnando ad ogni giro.


Non ci sono misure di salvaguardia e la Severino non fa che mettere alcune toppe su un vestito ormai logoro che andrebbe, appunto, cambiato.
Tommaso Montanari e Francesco Pallante, in un articolo del giugno scorso, a proposito scrivono: “per quanto faccia male, considerata l’enorme speranza dal basso riposta su queste figure (i sindaci, nda), bisogna riconoscere che la loro elezione diretta è una parte cruciale del male che non riusciamo a curare” [5].
Ed ancora: “proprio l’annullamento dell’istituzione nella persona è il tratto più evidente dell’autorappresentazione che i sindaci offrono di sé. Il comune, per loro, semplicemente non esiste: il comune è il sindaco. […] Il crescendo argomentativo è vertiginoso: il comune è il sindaco; il sindaco conosce il territorio e agisce con efficienza; la conoscenza e l’efficienza del sindaco consentono la ricostruzione e, conseguentemente, assicurano la tenuta sociale e democratica del Paese. Altro che «lo Stato sono io»: al confronto, Luigi XIV era un dilettante. Il comune, la ricostruzione, la coesione sociale, la democrazia, l’Italia? Sono io, sempre e soltanto io: il sindaco” [6]
D’altra parte la mancanza di un equilibrio chiaro e netto, tra Sindaco e Consiglio Comunale, si riscontra pure nell’implicito ricatto che, il venir meno del primo, porterebbe allo scioglimento del secondo così come, la possibilità di sfiducia del Sindaco da parte del Consiglio Comunale, comporterebbe di nuovo lo scioglimento del Consiglio stesso. È evidente che il modello realizzato è sbilanciato e, tanto più nei momenti di maggiore criticità, ad esempio con l’irrompere di una indagine, di denunce, e di altri fattori esterni, non vi è una salvaguardia che, alla fine, metta al riparo la partecipazione popolare dal decadimento complessivo.
In un sistema del genere l’azione politica è nelle mani del primo cittadino che, già prima delle elezioni, detta le regole del gioco, la composizione delle liste, finanche i simboli elettorali dove, appunto, scompaiono i Partiti e trionfano le liste “civetta” più che civiche, da cui, alla prima disavventura di qualche consigliere, i Sindaci hanno buon gioco a prender le distanze.
Questa logica perversa produce dei risultati tragici nelle realtà locali, ovvero nei comuni. Ma non solo. Anche in quei corpi intermedi Costituzionalmente ritenuti necessari che sono i Partiti.
Azzerati nelle strutture, nei percorsi formativi, in quella “gavetta” che era utile a selezionare la classe dirigente, come si usava dire un tempo, oggi prendono atto dei desiderata di “chi ha i voti”.
I piccoli partiti diventano schiavi, ad esempio, dei consiglieri eletti che decidono classe dirigente, spesso pescandola tra i propri bolliti fedelissimi (a Trapani ne sappiamo qualcosa soprattutto a sinistra sinistra…) con politici di professione che dalle Isole si sono trasferiti sulla terraferma, codazzo al seguito, per boicottare tutte le amministrative almeno dal 2005; i grandi partiti, non meno immuni alla malattia, condotti al disastro elettorale per le spinte del leader di turno.


Ci troviamo, e lo vediamo, nel nostro piccolo mondo antico, nella cronaca di quel che sta succedendo tra Trapani ed Erice, nel tempo dell’epistocrazia cioè del governo delle persone che “sanno cosa fare” [7]. O, meglio, di quelli che dicono di sapere cosa fare e tutti gli altri che credono loro sappiano cosa fare.
Quando il processo di identificazione si compie, non è più possibile distinguere tra la persona ed il ruolo che gli è stato riconosciuto e che è, bisogna ricordarlo, temporaneo. Saltano tutti i fondamentali. Il Comune diventa del Sindaco. Ma non di un sindaco qualsiasi, ma di quel sindaco. E quel sindaco si sente in dovere di rivendicare poteri e di sovrapporre sull’Istituzione se stesso.
Questa deriva, tragica, alimenta le tifoserie dentro e fuori i Palazzi e riduce le Istituzioni a macchiette in ogni occasione a porto sicuro per il cerchio magico di coloro che seguono il “leader”.
Alla fine il Comune, tanto il palazzo di città quanto l’insieme territoriale e umano che risiede nel territorio amministrato, diventa ostaggio delle sorti del primo cittadino.
Un abbraccio mortale che espone la politica, l’economia, la società a rischi incalcolabili, soprattutto quando il primo cittadino o la prima cittadina, come dicevo sopra, sono investiti da indagini, da misure restrittive o altro.
Ho letto molti commenti sulla situazione che si è venuta a determinare ad Erice in questi giorni.
C’è una gran voglia di guardare al dito e non alla luna. Una gran voglia alimentata anche dai colpi di scena orditi ad arte dal gruppo di potere che regge le sorti del territorio.


Al netto del richiamo della magistratura su l’uso e abuso di querele, soprattutto contro le opinioni e il sistema dell’informazione, peraltro messe in atto proprio dai supersindaci e dai loro legali in tandem, il processo democratico di dibattito e formazione delle opinioni è evidentemente sterilizzato e, in parte, ridotto all’obbedienza.
Resta indubbio che nei sistemi democratici autoritari i forti abbiano più possibilità di conservare il potere rispetto ai deboli, a quelli che, cioè non hanno voti né mezzi. Alla faccia dell’alternanza. Altrettanto vero è che queste “democrazie forti sono avvantaggiate rispetto alle “deboli” tranne che per un aspetto: le democrazie deboli sanno quando falliscono” [8].
Più in generale, come sostiene Runciman, questa non è la fine della democrazia. Ma è così che la democrazia finisce.

1 ANAC, Relazione Annuale 2 luglio 2020, pag. 72-73
2 Stenografico dell’audizione del Direttore della DIA Nazionale alla Commissione Parlamentare sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, Generale dei Carabinieri Giuseppe Governale.
3 La Repubblica, 20 ottobre 1989, S. Messina.
4 La Repubblica, 20 ottobre 1989, S. Messina.
5 Micro Mega, Alle origini della crisi della democrazia italiana: l’elezione diretta dei sindaci, 15 giugno 2020,
6 Micro Mega, Alle origini della crisi della democrazia italiana: l’elezione diretta dei sindaci, 15 giugno 2020,
7 David Estlund, Professore di Filosofia morale e Politica, 2003.
8 Così finisce la democrazia. Paradossi, presente e futuro di un’istituzione imperfetta, David Runciman, Bollati Boringhieri.

Gianluca Fiusco