DURO COLPO ALLA VECCHIA MAFIA DI CASTELLAMMARE: IL SINDACO TRA GLI INDAGATI

Castellammare del Golfo,Un tuffo nel passato, non solo nei metodi, negli interessi, ma anche nei cognomi che rievocano un tempo storico, quello dell’<esportazione> della mafia negli stati uniti d’America. Tutto condensato nelle 400 pagine  dell’ordinanza del Gip del tribunale di Palermo Guglielmo Nicastro, che ha accolto la richiesta della Procura antimafia, coordinata dal Procuratore Lo Voi, dall’aggiunto Paolo Guido e dai sostituti De Leo e Dessì. In carcere sono finite 14 persone, 11 sono stati denunciati a piede libero, tra gli indagati il sindaco di Castellamare del Golfo Nicola Rizzo, ma anche l’ex vice presidente del consiglio comunale di Castellamare Francesco Foderà e l’ex presidente del consiglio comunale di Trapani, l’avvocato Francesco Di Bono.

Gli arresti concludono mesi di indagini dei carabinieri che “hanno permesso, come scrivono in un comunicato stampa, di disarticolare la famiglia mafiosa di Castellamare  del Golfo, che nonostante i “dissidi interni continuava ad essere comandata da Francesco Domingo, più noto con il soprannome di “ Tempesta”. E’ il primo nella lista degli arrestati, gli altri sono:Diego Angileri, Felice Buccellato,Rosario Di Stefano,Camillo Domingo, Daniele La Sala, Salvatore Mercadante,Maurizio Mulè, Antonino Sabella, Sebastiano Stabile, Francesco Stabile, Carlo Valenti e Francesco Virga. Per tutti l’accusa è di associazione mafiosa estorsione, furto, favoreggiamento e altri reati, tutti con l’aggravante del metodo mafioso.

L’ordinanza parte dalla ricostituzione della storica famiglia mafiosa di Castellamare del golfo che era stata sconfitta nella guerra di mafia degli anni 80 e che aveva visto la supremazia dei corleonesi e dei loro amici della cosca alcamese ai quali, al termine della guerra di mafia, venne aggregata la cosca castellammarese. Sono gli anni in cui comandava Vincenzo Milazzo, ucciso nel 1992 per volere di Totò Riina, secondo le ultime ricostruzioni, perché si era opposto alla tesi stragista. L’anno dopo viene arrestato Antonino Calabrò che era succeduto a Milazzo. E’ lo sfaldamento di fatto della cosca alcamese. A Castellamare la locale “famiglia” si ricostituisce e nel 1997 assume il comando Francesco Domingo (Tempesta), che incappa in una serie di guai giudiziari, con arresti e condanne sempre per associazione mafiosa, ma che anche dal carcere riesce a far prevalere il suo potere. Scarcerato nel 2005, rafforza il suo ruolo mettendosi a disposizione di Giovanni Brusca e Matteo Messina Denaro nell’individuazione di alcune guardie carcerarie della Sardegna; e ancora, facendo da intermediario e fare incontrare Gaspare Spatuzza e Matteo Messina Denaro, entrambi latitanti, per accordi sul possesso delle armi delle cosche.

Attorno alla persona di “Tempesta” si racchiude tutta l’indagine dei carabinieri, parte delle quali svolte attraverso le intercettazioni telefoniche e le microspie. Sono gli stessi inquirenti ad affermare come “l’attività tecnica si è rivelata particolarmente efficace nell’acquisizione di dati investigativi genuini”. Da quell’attività investigativa emerge il quadro del rafforzarsi della cosca mafiosa di Castellamare con vecchi nomi di mafiosi e le nuove leve aggregate, ma anche gli interessi che muovevano, fatti di estorsioni nel settore dell’agricoltura e dell’edilizia. Dalle indagini emergono anche i dissidi all’interno della cosca, come quello che ha avuto come protagonista l’imprenditore edile Mariano Saracino, con in passato un arresto per 416 bis e estorsione, che ha accusato proprio “Tempesta” dell’estorsione di 200mila euro; in realtà si trattava dei soldi per il mantenimento delle “famiglie” dei mafiosi in carcere.

Il <mondo di mezzo> di Tempesta era  fatto di estorsioni, ma anche del “controllo delle attività economiche che si muovevano all’interno della città e quindi delle concessioni, delle autorizzazioni, di appalti e servizi pubblici, intervenire sulle istituzioni e sulla pubblica amministrazione, per impedire od ostacolare il libero esercizio del voto”. In questa chiave va vista anche la continuità del rapporto tra la mafia e la politica che per adesso vede come indagati il Sindaco, che ovviamente dichiara di “avere piena fiducia nella magistratura” e l’ex presidente del Consiglio Comunale: un campo ancora tutto da esplorare. Forte è il rischio che possa portare ad una nuova decisione di commissariare il comune, come è stato nel 2006.

Diversa la posizione del politico, o ex, già presidente del consiglio comunale di Trapani, l’avvocato Francesco di Bono. Nei suoi confronti si indaga essendo stato sorpreso a discutere con Francesco Virga – reggente della cupola trapanese in carcere per l’operazione “Scrigno” – che scrivono i carabinieri “ aveva concorso con Domingo ( Tempesta) e lo stesso Virga  nella estorsione ad un imprenditore agricolo. Il nome di Virga compare più volte nelle indagini e segna una svolta del ruolo di “Tempesta” che era riuscito ad estendere la sua influenza nel mandamento di Alcamo ed anche di Trapani. Ma Domingo (Tempesta) aveva allargato la sua influenza anche negli Stati Uniti, ripercorrendo un antico rapporto tra la “famiglia” castellammarese e quella americana: un nome rispettato ed evocato dai mafiosi di origine italiana, siciliana in particolare, al quale rivolgersi per ricevere l’autorizzazione ad interloquire con la mafia alcamese che era sotto il suo controllo.

Da Castellamare del golfo a Trapani, agli stati uniti, a Sciacca, come testimonia il suo incontro con Accursio Dimino, il boss della mafia sciacchitana. Al centro sempre gli interessi americani coltivata da Domingo. Gli interessi sempre uguali, quelli di una mafia vecchia maniera, nulla che potesse essere raffrontata ai nuovi interessi su cui si muovono le cosche, ma sempre utile, per esempio, a Messina Denaro per il controllo del territorio. Ed infatti i fidati gregari di Tempesta, quelli delle estorsioni, ma anche  degli aggiustamenti, magari solo per una lite di tremila euro, arrestati stamattina insieme a lui, sono gli ultimi gregari di quella che fu nella storia la vecchia “Cosa nostra”. Del resto anche i magistrati hanno chiamato la conclusione di questa indagine “operazione “CUTRARA”, rifacendosi alla storia, a quel capitolo del 1862 con la rivolta dei poveri contro l’esercito piemontese. I poveri non sono certo i mafiosi.

                                                                              Aldo Virzì