Non mi meraviglierò mai a sufficienza della capacità che hanno taluni politici di approfittare delle sventure di altri politici per rilanciarsi.

Confesso che ho provato un certo disappunto a seguire il dibattito sulla Grande Città rilanciato proprio all’indomani delle note vicende giudiziarie che hanno portato scompiglio anche in quel di Erice. Al momento.
Il dibattito, lo dico per i distratti, è stato riaperto dalle dichiarazioni dell’Onorevolessa Eleonora Lo Curto, ovvero: “Le vicende di Erice legate ad indagini della magistratura[…], possono aprire inediti scenari sotto il profilo della governance territoriale. Torna di assoluta attualità il tema della unificazione dei due comuni di Erice e Trapani che sono e costituiscono un unicum territoriale ad oggi ancora assurdamente separato. Questa proposta di cui si parla da tanto tempo costituirebbe una ovvia opportunità per dare linearità all’azione amministrativa a favore dei cittadini dei medesimi comuni”.
Parlare di governance territoriale è suggestivo. Farlo nel mentre, proprio in Commissione all’ARS gli stessi amanti delle fusioni votano per le scissioni nei medesimi territori, per me ha del ridicolo. O del patologico. Fate vobis.

I territori non sono puzzle e, in altri luoghi e con ben più drammatiche vicende, la scomposizione e ricomposizione delle geografie a colpi di opportunità politica, ha portato a devastazioni che tardano ad esser sanate.
Ma, dalle parti delle contrade marsalesi e delle frazioni dell’agro ericino, sembrano ignorare tutto questo e, come dicevo, rilanciano.
D’altra parte in questo gioco al ribasso si è insinuata pure l’ambizione mai sopita di far diventare Marsala capoluogo di provincia. A proposito, ma le provincie non erano state abolite? Ah, poveri illusi…

Tuttavia il folle che scrive osa pensare che i territori siano fatti dalle persone che li vivono. La regola, tanto abusata nelle liaison sentimentali, del chiodo schiaccia chiodo, con ciò intendendo Erice al posto di Misiliscemi, profuma di stantio.
Quanto al dato democratico osservo che, alle ultime amministrative di Erice (2017), hanno votato il 61,82 % degli aventi diritto: ovvero 15185 su 24565 elettori. A Trapani, invece, nel 2018 ha votato il 58,16% degli aventi diritto, ovvero: 35.451 su 59.925 elettori.
Quindi, la potenziale “grande” città, Ericiapani o Traparice, decurtata dei misilesi, ovvero 7.209 persone, potrebbe contare circa 84500 elettori potenziali. Ma, lo sappiamo, in politica uno più uno non fa quasi mai due.
Insomma, e senza giri di parole, puntare ad un grande città di poco meno di 100 mila abitanti e 84 mila elettori, dove a decidere saranno a mala pena la metà degli aventi diritto, davvero produrrebbe economie di scala e benefici tali da giustificare una fusione? Un trionfo della democrazia, praticamente…
E le partecipate? E i debiti? E… i mandati?
Mi riferisco ai mandati di chi salta da un territorio all’altro profetando cambiamenti ma producendo avvilimenti. Se non puoi azzerare i mandati, azzeri i territori?

Peraltro in un momento di oggettiva difficoltà Istituzionale, almeno ad Erice oltre che a Paceco, proporre una fusione potrebbe apparire come una operazione opportunistica, al limite dello sciacallaggio, atteso che le ricadute pubbliche delle vicende giudiziarie che stanno incontrando le Amministrazioni di questi comuni aumenta nei cittadini la voglia di ragionare più con la pancia che con la testa.

Un’arma di distrazione di massa, la Grande Città e che, al momento, non porterebbe il territorio a dispiegare le già tanto tarpate ali dello sviluppo.

Tuttavia questa ulteriore furbata politica, che ha già visto stormi di avvoltoi iniziare a volteggiare sulle teste degli ignari abitanti, può invece ricordarci quanto la politica trapanese abbia bisogno di una informazione che la obblighi a fare i conti con la serietà ed il rispetto minimo dovuto ai cittadini.

Una informazione che, magari, ci dica se e quanto realmente la “fusione” tra Trapani ed Erice produrrà benefici per i cittadini o se, invece, darà l’illusione di soluzioni amplificando semmai la sovrapposizione di disfunzioni. Sempre a spese degli ignari di cui sopra.

Più urgente, a parere di chi scrive, è perciò la creazione di un sistema di informazione indipendente e plurale tragicamente assente oggi in questo territorio.

Le dichiarazioni del procuratore aggiunto di Trapani, Maurizio Agnello per cui in questo territorio “la politica si fa a colpi di querela”, atteso che “molte testate giornalistiche fanno politica attiva e diventano cassa di risonanza di questo modo di fare politica”, non possono essere interpretate a piacimento e a giorni alterni.

Più che ad una “Grande Città” amministrata da piccoli politici che, pur di non schiodarsi dalle poltrone, fonderebbero e scinderebbero i territori a piacimento, se si vuol prendere seriamente l’allarme del dottor Agnello, c’è da pensare ad una Grande Informazione.
È giunto il tempo che questo territorio torni ad avere un editore puro, qualcuno cioè che faccia l’editore non come passatempo, come intermezzo tra una riunione di “loggia” e la successiva, né come operazione di diversificazione imprenditoriale tra le tante né con edizioni di pubblicità tra le quali inserire, di quando in quando, una notizia.

È evidente che un territorio determina il suo “appeal” anche sulla scorta della qualità dell’informazione che può permettersi. Del resto la polverizzazione di non molte risorse umane ed economiche, in molte testate vere o presunte, rende debole il sistema dell’informazione. Debole e talvolta sballottato dagli umori e dagli appetiti della politica. Appunto come rilevato da Agnello.

Il mio appello, per quel che può valere, va a quei giornalisti, a quelle resistenti testate giornalistiche che ritengono ancora “sacro” il più laico dei mestieri: quello di chi informa senza far finta di non avere idee, opinioni, paraocchi.

Ad armi di distrazione di massa, come dicevo, come quella della Grande Città, è urgente oggi contrapporre l’argine dell’informazione totale: che mantenga il punto sulle inchieste, sulle domande che nessuno vuol sentirsi fare, disvelando gli errori e gli orrori della locale “malapolitik”.

Aldo Virzì in un suo recente editoriale ha ribadito il ruolo di “cane da guardia” dell’informazione. Io che, tendenzialmente ai cani preferisco i gatti, auspicherei una informazione capace di graffiare la superficie ipocrita di questo territorio per scavare in profondità.

Per raggiungere questo scopo, tuttavia, la buona volontà non è sufficiente: serve coraggio, determinazione, un progetto generoso e, visto che zucchero non guasta bevanda, un investimento economico condiviso e, perché no, anche popolare.

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