Ultima settimana di campagna elettorale. La più “strana”, è un eufemismo, che la città abbia vissuto. Uscendo dal provincialismo, aggiungo : che il Paese ha vissuto. Trapani non è un piccolo comune di quella Calabria dove la ndrangheta la fa da padrona e non si riesce a trovare un candidato sindaco. Trapani è un capoluogo di provincia importante nella geografia politica del Paese. Trapani, negli anni, è stata anche città al centro di episodi che hanno richiamato la stampa internazionale, episodi che hanno visto, purtroppo, protagonisti mafia e massoneria: la strage di Pizzolungo, l’uccisione di un grande magistrato come Ciaccio Montalto, l’uccisione di Mauro Rostagno, la scoperta di Iside Due, il grande intreccio di mafia, massoneria deviata e apparati importanti dello stato e del comune capoluogo. Tutto questo è stato anche Trapani. Di tutto questo le forze democratiche, i cittadini democratici, volevano e vogliono liberarsi.

La stragrande maggioranza dei trapanesi vuole cambiare, vorrebbe cambiare. Poi si scontrano con la realtà dell’oggi.  La realtà di due candidati sindaco che, idealmente, per quanto con motivazioni, diverse ci riportano indietro ad una città da dimenticare. Un candidato sindaco, tra l’altro senatore della Repubblica, che rischia un provvedimento di soggiorno obbligato per fatti riconducibili al sistema mafioso. L’altro candidato sindaco – tra l’altro “creato” politicamente dal primo  anche se poi lo ha abbandonato  – appena uscito da 12 giorni di arresti domiciliari: arresti, meglio ripeterlo, con l’accusa pesantissima di essersi fatto corrompere da un armatore che opera a Trapani per fargli ottenere pareri e importanti aumenti di contributi regionali e di traffico di influenze. Tradotti, questi due termini significano che avrebbe profittato del suo ruolo istituzionale di deputato regionale. Due candidati che rivestono ruoli istituzionali e che, secondo la magistratura, dietro quei ruoli nasconderebbero un’altra realtà non proprio edificante. Da aggiungere che nel malagurato caso uno dei due dovesse essere eletto e la magistratura confermasse per D’Alì il soggiorno obbligato e per Fazio l’accusa di essere corrotto, Trapani corre il grosso rischio di ritornare a votare. Per loro infatti il rischio è che si possano aprire altre porte, non quelle di palazzo D’Alì. E Trapani diventerebbe ancora una volta, notizia di prima pagina dei quotidiani nazionali, come lo è oggi, con un articolo del Corriere della Sera che ha fatto scendere a Trapani il suo inviato di punta, quel Gian Antonio Stella, autore del famoso libro “ La Casta” che è servito a rivoltare il Paese!

Ma, “strana” inversione di tendenza, questi due personaggi oggi sono al centro della cronaca di certi giornali locali non per subire la giusta critica per le accuse di cui sono oggetto. Macchè! Lo sono per essere esaltati come esempio da prendere. Sono gli stessi giornali capaci di spandere critiche per il ladro di polli ma che nei casi specifici hanno tenuto un atteggiamento tra il morbido e il connivente, spiegato per “la folla che li circonda”. Eppure gli argomenti d’accusa sono  mafia, malaffare ad alti livelli. In uno di questi giornali, tra l’altro, e questo dispiace, scrive un bravo giornalista che si è fatto conoscere per le sue battaglie contro la mafia e più recentemente per ” l’antimafia di convenienza”. Ma a Trapani in questa contesa elettorale l’antimafia di convenienza non c’è, non l’abbiamo vista, se ci siamo sbagliati ce la indichi. A Trapani c’è un candidato sindaco che, pur con una laurea in giurisprudenza in tasca si arrampica sugli specchi pseudo giuridici per giustificare la libertà provvisoria diventata estraneità ai fatti contestati o quasi.

A Trapani abbiamo visto altro. Una realtà che abbiamo conosciuto da giovani cronisti. Oggi non siamo più giovani e sembra che, per alcuni, il tempo non sia passato. Noi continuiamo a sperare.

Aldo Virzì