RINO GIACALONE CONDANNATO, MA I MAFIOSI COSA SONO?

Quale è la differenza giuridica nell’esprimere un giudizio, anche volgare e pesante, nei confronti di un’associazione criminale e di coloro che ne fanno parte? Nella ignoranza giuridica di chi scrive queste note non sembra esserci; c’è, forse, per la Cassazione e anche per la sezione della Corte di Appello di Palermo che ha condannato il collega Rino Giacalone per diffamazione nei confronti del boss mafioso (si può dire?) Mariano Agate, capo della mafia di Mazara del Vallo. Scrivendo un articolo in occasione della morte di Agate, il giornalista, rifacendosi ad una storica affermazione di Peppino Impastato “la mafia è una montagna di merda”, l’aveva copiata per Agate, uno dei maggiori componenti della mafia trapanese e siciliana, condannato all’ergastolo, aveva scritto che “la Sicilia si era liberata di un pezzo…….” ( confesso l’autocensura per non incorrere negli strali dei magistrati della Corte di Appello di Palermo ndr). Rino Giacalone è stato condannato a 600 euro di multa e al pagamento delle spese processuali.

L’iter di questa vicenda che non è solo giudiziaria e che riguarda da vicino il mondo dell’informazione nasce nell’aprile del 2013, con la morte di Mariano Agate. Il giornalista, come fecero in tanti, scrive un pezzo, che non è solo cronaca, sul boss mafioso mettendo in luce la personalità e i tanti episodi criminosi di cui si era reso protagonista, insomma un mafioso conclamato anche dalla Cassazione con sentenza definitiva. Poi aggiunge quella frase finale che è anche, opinabile o meno nella forma, il pensiero di chi giornalista ma anche cittadino, e non sembra essere il solo, esprime un giudizio finale sul boss mafioso. Lo fa prendendo a prestito, appunto, Peppino Impastato che, anche per aver detto quella storica frase sulla mafia, è stato assassinato. Offensiva, certo, come lo sarebbero  i componenti di un’associazione mafiosa. A rigor di logica sembra una semplice proprietà transitiva, altrimenti dovremmo pensare che Impastato vivo sarebbe potuto incorrere nel reato di diffamazione. E’ un paradosso? sicuramente. Lo aveva individuato il tribunale di Trapani chiamato in causa dalla denunzia dei familiari di Mariano Agate e che nel  giugno 2016 avevano assolto il giornalista, scrivendo tra l’altro che era un messaggio diretto ai cittadini “ allo scopo di sollecitarlo ad una nuova consapevolezza sulla necessità di sradicare ogni ambiguità nella scelta tra contrapposti ( seppure artatamente confondibili) sistemi valoriali”. Non è stato d’accordo il Procuratore della Repubblica che ha proposto appello direttamente in Cassazione che un anno dopo si è pronunziata accogliendo il ricorso con la motivazione che “ la pur giustificata critica dell’operato altrui impone, comunque, il rispetto…… della tutela della dignità umana”, rinviando la causa alla Corte di Appello che si è pronunciata con la condanna che lascia molto perplessi sul concetto di dignità umana utilizzata genericamente. 

E’ vero, le sentenze vanno rispettate, ma possono essere criticate. Siamo in questo caso.

                                                                                                                                         Aldo Virzì