Politica dopata, politici spompati

Quando una comunità perde lucidità e comincia a generalizzare, comincia a dire “sono tutti uguali” quella comunità è esattamente uguale ai politici che li rappresenta.
Posso dire, con una certa serenità, che i problemi giudiziari dei sindaci del trapanese sono l’ultimo affanno di cui dovremmo occuparci.
Ho già scritto recentemente sul perché la democrazia a Trapani sia truccata: https://www.tvio.it/13/07/2020/notizie-news/politica/democrazia-truccata-di-gianluca-fiusco
Quel che va compreso è che la legge 25 marzo 1993 n. 81, l’elezione diretta del sindaco, e lo sbilanciamento di potere nelle mani di quest’ultimo è un problema che andrebbe affrontato e normato. Altrimenti, difficilmente si riuscirà a sanare un modello che, ormai, è compromesso e probabilmente non è più adatto al governo dei territori.

Tuttavia vorrei provassimo a fare uno sforzo collettivo per assumerci le responsabilità da cui, più o meno abilmente, e sistematicamente, proviamo a sfuggire.
No, non mi riferisco alla trita e ritrita solfa secondo la quale siamo noi a mandare al potere i peggiori personaggi politici.
In un sistema politico dopato, dove puoi mettere insieme tutto ed il suo contrario, annichilendo ogni forma di opposizione allo status quo è vero solo in parte che “i cittadini hanno il potere”.
La politica trapanese è dopata perché si è estesa oltre la legittimazione elettorale.
Se è vero che le indagini che oggi hanno sconquassato la politica ad Erice, Castellammare, Favignana e Paceco, lambendo Trapani, hanno avuto inizio mesi e forse anni fa, non possiamo che interrogarci sul perché “solo oggi” qualcosa si muove.


Si badi bene che le indagini normalmente hanno bisogno di tempo per giungere a definire il quadro probatorio e accusatorio e, di conseguenza, dare origine alle operazioni, agli arresti, alle interdizioni e così via.
E ciò è un bene ed una garanzia tanto degli indagati quanto delle indagini.
Ciononostante, e a ben leggere, le vicende giudiziarie descrivono accadimenti non delle 24 ore precedenti l’accensione delle sirene. Spesso, infatti, si tratta di accuse ben datate e reiterate nel tempo e negli anni.
Cosa ha portato, quindi, la politica a cadere così in basso? A ridursi a questi livelli oltre alla “fisiologica” tentazione del potere?
Il punto è che spesso, a torto, si intende il sistema politico come qualcosa di confinato ai politici. Come se l’azione di un sindaco, di un assessore o una consigliera comunale fosse l’unica via verso la corruttela. Dimenticando il quadro di insieme, che è composto tanto da politici quanto da funzionari, burocrati, dirigenti, imprenditori, controllori e talvolta persino magistrati che se non direttamente interessati al sistema corruttivo, hanno lasciato correre, messo il fascicolo in fondo alla lista o, più semplicemente, quando potevano decidere hanno rinviato.

Eppure vi è un male, per me assoluto, da cui origina tutto: l’assenza di opinione pubblica.
A Trapani manca una opinione pubblica. E, conseguentemente, manca un dibattito pubblico.
Da non confondere con le parole in libertà, l’opinione pubblica è frutto del quotidiano confronto con le informazioni, con le inchieste giornalistiche, con la capacità di un altro sistema, fondamentale per l’agibilità democratica, che è, appunto, l’informazione.
Questa assenza ha molte responsabilità. Alcune riguardano certamente la sussistenza quotidiana che porta a dover fare i conti con gli equilibri degli sponsor, dei finanziatori, delle risorse: quando rompi i cabbasisi – per dirla con Camilleri – chi detiene i rubinetti, ad esempio, di un appalto per la Comunicazione Istituzionale, può decidere di chiuderli.
Altre responsabilità riguardano l’incapacità dei giornalisti di fare i giornalisti. Di scrivere, anche, ma, soprattutto, di leggere la realtà oltre il proprio naso provando ad anticipare le domande e, con esse, l’analisi sul territorio.
Qualche personaggio da quattro soldi ha dichiarato: “non è vero che c’è meno informazione, oggi ci sono molte più testate giornalistiche che nel passato”.
Questa affermazione, vera, descrive solamente in parte la realtà ed omette di dire che molte di queste testate sono gestite dalle solite poche persone. E ciò non per bravura, mi si lasci dire, ma perché a buon mercato.
In questi giorni si è parlato di un sistema di informazione, quello locale a Trapani e dintorni, a “casse di risonanza”. Ne ha parlato il Procuratore Agnello, più modestamente e mestamente ne ho scritto io da almeno una decina d’anni. Ma oggi la memoria a breve termine ha preso il sopravvento sulla memoria.
Una penna scrive un articolo che poi propone on line, su carta e sui media. Sempre lo stesso. Lo stesso amanuense, le stesse parole, anche sgrammaticate, lo stesso pensiero, lo stesso fine.
E se è vero che repetita iuvant, in questo caso la ripetizione amplifica la credibilità di un articolo, di un punto di vista, di un pensiero, di una analisi che non si è confrontata con nessun’altra analisi, punto di vista, pensiero.
Insomma, la morte del pensiero non genera dibattito pubblico.
La Vox populi dell’antica Roma non era mia la “diceria”, il cortile, il sentito dire senza identità. Nel canto I del Purgatorio, Virgilio dice: “Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”.
La libertà cari trapanesi è tale se consente di partecipare alle decisioni della comunità politica, di essere partecipi al processo di discussione e deliberazione nel quale vengono prese decisioni che riguardano la Comunità; la libertà non è fuggire dalla dimensione pubblica e politica per rifugiarsi nei fatti propri.
La “tirannide della maggioranza”, come direbbe Tocqueville, ossia il potere occulto dell’opinione pubblica può condurre al conformismo. Tanto più se questa opinione pubblica è un mortaio nel quale pestiamo e rimestiamo sempre la medesima acqua.
Nella politica dopata trapanese, assurgono al ruolo di censori i politici spompati che affollano il panorama, triste e falso, nel quale siamo chiamati a scegliere tra il superuomo, la superdonna, le seconde file delle prime file precedenti, che furono a loro volta seconde file di quelli che avevano preceduto e così via, in un modello a progressivo decandimento culturale, sociale e, ovviamente politico.
L’opinione pubblica, per citare Habermas, è la voce della società civile. E se questa opinione è senza opinioni, condita di luoghi comuni, frasi ad effetto, slogan e frustrazione, la società civile è praticamente muta, senza identità. È morta.
Nel 1690 John Locke nel suo Saggio sull’intelletto, parlando della Law of Opinion and Reputation rifletteva sul fatto che l’opinione pubblica si impone come una legge comune a tutti gli uomini, ne regola i comportamenti, la coesistenza, la volontà generale e lo spirito pubblico.
I primi giornali inglesi (The Spectator, The Craftsman) si identificavano come voce dello “spirito pubblico”, e svolgevano un ruolo fondamentale nella conquista e difesa della libertà di stampa. L’informazione doveva dare voce ai bisogni, alle istanze nuove di una società nuova che vuole contrapporsi all’assetto imposto dai regimi esistenti.
Eric Landowskj descriveva il rapporto tra giornalisti e opinione pubblica come il rapporto tra coro e spettatori nella tragedia greca. Per Landowskj i giornalisti ascoltano le richieste, i bisogni dell’opinione pubblica, se ne fanno portavoce; ma devono anche avere il coraggio di farsi artefici e “pungolatori” della stessa opinione pubblica (Landowskj, 1989).
A Trapani, ma non soltanto, l’opinione pubblica è sterilizzata col risultato di un pubblico con molte lamentele, svogliato, indisponibile all’impegno, senza opinioni reali.
Il dibattito non è organizzato attorno ai problemi di interesse generale: è semmai ritagliato attorno al cortile degli slogan e degli accadimenti del momento.
Ecco perché dovremmo scrollarci di dosso la cronaca imposta dall’attualità, non per dimenticarla, ma per concentrarci su ciò che davvero è indispensabile per leggere il presente e trarne giovamento per la “società nuova” del futuro.
L’azione dei media, dei giornali, dovrebbe imporre all’attenzione del sistema di governo i problemi sui quali è necessario che esso svolga la sua funzione decisionale. Così l’opinione pubblica svolgerebbe anche un’essenziale funzione semplificatrice della complessità sociale (Luhmann, 1978).
Per arrivare a questo risultato serve un Nuovo Sistema di informazione locale, coordinato e vitale. Serve spingere su una nuova frontiera del giornalismo, che restituisca dignità ad un mondo troppo spesso schiacciato sul mercato degli spazi pubblicitari.
Una rete di testate diverse che, nella loro marginalità attuale risultano incapaci di creare e sviluppare opinione pubblica, in prospettiva tuttavia potrebbe partecipare al rinnovo sociale generale. Un esperimento di informazione che spezzi i monopoli delle casse di risonanza utili solo agli idioti, coraggioso e, se posso ribadire quanto già altre volte scritto e detto, condiviso.
Serve insomma una volontà reale di chi ritiene l’informazione non un modo per battere cassa a fine mese, ma una prospettiva di servizio collettivo, necessaria a restituire ossigeno e ambizione politica alle nostre collettività; che, nel lavoro dei professionisti seri e con la schiena dritta, restituisca all’opinione pubblica il suo ruolo di “spirito pubblico”.
Eppure qualcosa si comincia a muovere….

Gianluca Fiusco