Dopo la condanna del Sen. Dali’: le “ amare” riflessioni di articolo uno

Riceviamo e pubblichiamo: “ La notizia della avvenuta condanna a 6 anni dell’ex senatore Antonio D’ali per concorso esterno in associazione mafiosa, per effetto della sentenza della Corte di Appello di Palermo, ultimo atto di una lunga e tormentata vicenda giudiziaria, pare abbia lasciato indifferente l’opinione pubblica, la politica locale e tutto il mondo della comunicazione e del giornalismo, a parte poche eccezioni.

Non si conoscono ancora le motivazioni della condanna, in attesa di pubblicazione, ma i fatti in giudizio sono noti perché fanno parte della storia di questa città e più volte oggetto di cronaca.

La vicenda della Calcestruzzi Ericina testimonia il controllo mafioso del territorio, le pressioni per allontanare sia il protagonista delle inchieste il commissario Linares, sia il prefetto Sodano, determinato a fare valere le ragioni della giustizia e dello stato, rappresentano in maniera esemplare l’intreccio di interessi economici, politici e di assetto di potere, nel contesto della pervasiva presenza della mafia dei Messina Denaro.

Sono fatti che hanno segnato con forza la vita di Trapani nei momenti cruciali della sua evoluzione, indirizzata dal controllo esercitato sul sistema creditizio, proiettata dal trionfante successo politico elettorale, piegata dal potere di condizionamento degli affari e delle istituzioni.

Se appare doveroso attendere la conclusione di tutti i gradi di giudizio per attenersi a quello che sarà il verdetto definitivo sui capi di imputazione che sono stati, ad oggi, riconosciuti meritevoli di conferma, appare possibile e corretto avanzare un giudizio politico.

Al fondo, il significato che emerge dalla vicenda giudiziaria di D’ali non può essere liquidato come una storia chiusa nel suo tempo, senza effetti tossici per le sorti di Trapani.

Rappresenta invece un tratto, sia pure parziale, della sua identità, del modo come nella sua classe dirigente è stata concepita la relazione di potere tra soggetti che trattano uomini e istituzioni come se fossero beni a disposizione, da muovere a

piacimento nello scacchiere degli interessi personali e di controllo politico, oltre ogni senso di responsabilità e di giustizia.

Un mondo dove la presenza mafiosa, così familiare perché frequentata per generazioni, è vissuta come un elemento del paesaggio con cui ci si relaziona in base alle evenienze del momento.

Occorrerebbe maggiore consapevolezza per prendere le distanze da questa oscena rappresentazione del potere praticata nelle relazioni opache che fanno da sponda agli interessi mafiosi.

Un lavoro di pulizia che metterebbe in discussione tanti protagonisti della politica, degli affari, delle istituzioni e del mondo della comunicazione.

Tuttavia , come isole nel mare della indifferenza, resistono donne e uomini di buona volontà, cittadini di una possibile società libera e responsabile, che tengono ancora aperta la speranza di cambiamento.

                                                                 Articolo Uno Trapani

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