L’ultima lezione (scomoda) di Rostagno

È trascorso un altro anniversario dalla scomparsa di Mauro Rostagno che il 26 settembre 1988 veniva crivellato di colpi e ammazzato. A 46 anni.
Principale animatore e giornalista dell’emittente locale RTC, Rostagno viene celebrato come martire ammazzato dalla mafia e, come tutti i miti, ha paralizzato intere generazioni.
La celebrazione del mito, infatti, mentre prova a rendere onore alla memoria, non riesce ad andare oltre quella memoria o, meglio, a portare a compimento quella memoria.


Nel 1988 avevo 11 anni e ricordo il barbuto Rostagno, le sue riflessioni che terminavano più in interrogativi che certezze, il sorriso sarcastico e, soprattutto, l’irriverenza giornalistica.
Rostagno, almeno per l’idea che me ne feci da piccolo e che poi, affinandola, mi sono portato avanti, ha vissuto di domande più che di certezze e risposte.


Ed è questa particolarità che lo ha portato avanti, anche fino alla morte. Le domande ti spingono in avanti, ti lasciano dubbi, ti pongono in una dimensione incerta in cui l’unica certezza sono – appunto – le domande stesse.


Per anni si è parlato di mafia, dietro il delitto Rostagno, ma anche l’ambiente attorno a lui, forse inconsapevolmente, non ha permesso di comprendere pienamente né il fenomeno e neppure, o tantomeno, la lezione finale.
Oggi, anzi ieri, era tutto un celebrare mentre il sistema dell’informazione nell’insieme è una cloaca nauseabonda, di domande se ne fanno poche, pochissime e la ricerca dei perché è pressoché abbandonata.
Non è un caso che Rostagno fosse più siciliano, o trapanese, dei siciliani. Avendo scelto una terra piena di misteri, aveva scelto il luogo perfetto per chi ha molte domande da scoprire.


I miti, infatti, raccolgono adorazione e non lasciano spazio al dubbio. Ma Rostagno a tutto avrebbe ambito fuorché ad essere così mitizzato.
Ciononostante la celebrazione, soprattutto dalla categoria col tesserino, di uno che il tesserino lo ha ricevuto postumo, è disarmante.
Nella mia, certamente criticabile e imperfetta esperienza giornalistica ho rincorso le domande. Le rincorro tuttora. E non posso fare a meno di partire proprio dalla categoria cui appartengo, per difetto, i giornalisti. Le domande sul perché facciano poche domande e, quando le fanno, sono sempre ammiccanti, gongolano col potente di turno seduto accanto o filosofeggiano sui massimi sistemi senza andare dritti al punto. Interrogativo, of course.


Di errori ne commettiamo tutti e tutte e noi giornalisti non ne siamo immuni. Ma quando è successo che abbiamo smesso di osservare e interrogarci e ci siamo accodati alle tifoserie, al banchetto del potere, spesso cogliendone le briciole, compiacendoci della visibilità e non avvertendo innanzitutto la responsabilità di ogni visibilità che il nostro lavoro comporta?
In un territorio come quello Trapanese, dove i misteri sono tanti, e non fanno riferimento a sole categorie pasquali e religiose, dovremmo provare grande piacere per le domande che nessuno si pone, per la ricerca di verità che nessuno vuol raccontare, eppure viviamo accompagnandoci ad effimeri saltimbanchi che hanno anestetizzato il pubblico, senza ragionamenti, senza domande, senza pudore.
Io non celebro Rostagno. Ho così tante domande sul perché un uomo così complesso e attraversato da dubbi, circondato sempre da adulatori, sia rimasto solo quella notte; sul perché questa città abbia assorbito la sua morte fino a normalizzarla, con la complicità di quelli che avrebbero dovuto impedire che ciò accadesse. Ho così tante domande sul perché, girando per questa città sporca, piena di spazzatura in ogni anfratto, la gente sia così arresa; con quartieri popolari che sono vere e proprie mini banlieue senza legge; dove l’unica cosa che sembra importare sono coloro che finanzieranno i colori granata; dove meno di 10 famiglie detengono economie accumulate per virtù di non si sa bene quali capacità imprenditoriali; dove la mafia è ormai parte del paesaggio e non la vediamo più. Insomma, sono logorato dalle domande. Domande cui non riesco a sfuggire e che mi impediscono la mitizzazione di Rostagno.
E, semmai, me lo rendono ancora umano, vigilante, parlante da quella sedia di vimini con Erice sullo sfondo.
Oppure a condurre il notiziario, con i monologhi che, quando non terminavano con domande, erano sempre interrogativi, ti lasciavano il dubbio che….
Che la verità è un rincorrere dubbi e non il punto fisso delle certezze.

Gianluca Fiusco